INEDITI – R.I.O.T.

R.I.O.T.

(inedito)

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[…] Trasalii. La testa cominciò a vorticare e avvertii un improvviso senso di nausea. Provai a rivedere la scena nella mia mente, ma qualcosa sembrava funzionare diversamente, come se per la prima volta riuscissi davvero a vedere a trecentosessanta gradi, come una mosca. Non si trattava solo di vedere, in realtà. Si trattava di sentire ciò che sentivo quel giorno: dal ritmo sordo del treno sui binari, all’odore nauseabondo dell’indovino accanto a me, al contatto della mia mano sul sedile gelato, alla percezione dei karma di cui ero circondata. Stavo tornando là, o meglio, il mio specchio stava tornando là, attraverso il Lumen che mi stava esplodendo nel petto, nella testa. Strinsi le palpebre e attinsi ad esso, spingendomi oltre le barriere del tempo e dello spazio. Trattenni un conato. Mi trovavo di nuovo là, sul vagone fantasma della Metronotte, pochi minuti prima del deragliamento, con gli occhi fissi sul ragazzino del quale tentavo di riconoscerne lo strano karma color bronzo. Diedi al mio cervello l’impulso di girare la testa e questa rispose al mio comando: rividi il vecchio indovino accanto a me, come rividi il neonato tra le braccia della sua mamma. Più indietro, si trovava la vecchia cartomante, mentre il Ratto era proprio accanto a lei, con gli occhi fissi sul suo braccialetto d’oro. Avevo già compiuto questo movimento quella sera visto che ricordavo quelle persone, così mi sforzai di voltarmi dall’altro lato, nel cono d’ombra dei miei ricordi. Il mio cuore sussultò non appena scorsi una serie di individui a cui non avevo prestato attenzione la prima volta: un ventrilumio dall’aspetto trasandato, una giovane veggente dal karma polveroso, e un altro ragazzo, vestito di scuro, col cappuccio sulla testa e una sciarpa sulla bocca, apparentemente senza karma. Doveva essere Kaj. Sul nostro vagone non c’era nessun altro. […]

[…] In un istante che mi sembrò eterno tornò a guardarmi: la disperazione nei suoi occhi mi gettò nel panico. Volevo cancellare quell’espressione sulla sua faccia, pulire il suo malessere con le lacrime, ridargli ossigeno con i miei polmoni, consegnargli il mio cuore perché il suo continuasse a battere. Non avevo mai provato un sentimento del genere in vita mia. Non avevo mai avvertito l’impulso di accarezzare qualcuno, come cominciai a fare con Kaj. Un tocco leggero, la danza dei polpastrelli sugli zigomi per ammirare il baluginio del contatto tra i nostri specchi astrali. Ma volevo di più, così gli presi il volto tra le mani e sfiorai le sue labbra con le mie. Un altro bagliore luminoso si espanse tra noi come vapore d’argento. Mi ritrassi per guardare i suoi occhi opachi e potervi leggere i suoi sentimenti. Ciò che provavo io mi stava letteralmente consumando l’anima. Cominciai a tremare e mi allontanai di qualche centimetro ancora, fino a che lui non mi prese per le braccia e non mi riportò indietro, facendoci perdere nel sentimento di un bacio profondo, dolce e disperato. I nostri specchi fremettero, sembravano perdere consistenza e, per un attimo, si incrociarono tra loro facendoci diventare un unico corpo luminoso e trasparente. Il sogno che aveva creato per noi cominciò a sfaldarsi, tremolando come la fiamma di una candela in procinto di spegnersi al soffio. Le figure vicino all’albero si dissolsero come sabbia al vento, così come i fuochi d’artificio fatti esplodere dal fiume che, come una lama, fendeva i blocchi di R.I.O.T. in due anime distinte. Anche le lucciole si spensero lontane da noi, mentre le stelle cominciarono a divampare in gemme di brace e a consumare il manto scuro del cielo.
Ci ritrovammo di nuovo nella cella fredda, avvolti dalle tenebre e dall’odore mefitico dei sotterranei di Cotton. Le nostre dita erano intrecciate all’interno del muro che ci divideva e che, in un istante, divenne qualcosa da abbattere. Ritrassi la mano e mi coprii il volto pieno di lacrime. Stavo piangendo: improvvisamente il vuoto lasciato dal sogno che avevamo appena condiviso fu come una ferita sanguinolenta. Stringergli la mano di nascosto non mi bastava più. Io volevo amarlo, come non avevo mai amato nessuno prima d’ora. […]