da Apri gli occhi e comincia ad amare

 sara

How to disappear completely Vol. 1

Apri gli occhi e comincia ad amare

[…] Tonfi. Il vetro vibra e io tremo. Basta, non voglio più sentire alcun rumore. Voglio il silenzio. Le grida ormai sono scomparse da un po’, così come i rantoli. Voglio rimanere immobile, perché anche la più piccola oscillazione mi uccide, mi lacera dal dolore. Eppure ora non sento nulla, forse sono morta. Di nuovo. I colpi rimbombano nella mia testa e finalmente mi volto. Sento gridare il mio nome e so di aver già vissuto tutto questo.  Le tenebre racchiuse negli occhi di Paolo mi scrutano con un velo di terrore. Sono spalancati su di me e credo che l’espressione che gli restituisco sia simile alla sua. Ci stiamo guardando attraverso il vetro, su cui continua a sbattere le sue mani con violenza. È come se stessimo fissando il riflesso di uno specchio e ci vedessimo come due fantasmi tornati dall’aldilà. […]

[…] Per tutto il tragitto a piedi verso la macchina rimaniamo zitti, anche se dopo la seconda mezza scivolata nel pantano, Isaak mi afferra per un braccio e non mi molla più. Mi gira la testa, così mi fermo vicino al muro per rigurgitare quel poco che ho mangiato. Lui mi tiene i capelli mentre i conati mi divorano dentro. Fisso il mio vomito per alcuni secondi prima di sollevare la testa e far entrare un po’ d’aria fresca nei miei polmoni. Isaak si stacca da me per un istante e quando torna mi tappa la bocca con una manciata di neve fresca, che io divoro come se non bevessi da giorni. Non dice niente: non è da lui. Prende altra neve e mi disseta di nuovo.  «Va meglio?» La sua voce scivola lungo una corda tesa pronta a spezzarsi. Io lo fisso e non riesco più a capire cosa sto guardando, se lui o Paolo. Annuisco. Isaak afferra di nuovo il mio braccio, sorreggendomi ma camminando svelto sotto i leggeri fiocchi bianchi che ora scendono più decisi. Dalle nostre bocche fuoriesce aria calda che si condensa all’istante in piccole nuvole bianche: spuntano dalle labbra come fumetti vuoti. Un invisibile balletto di parole non dette. […]

[…] Si solleva dal divano e si allontana dalle mie mani, parandosi in piedi, di fronte a me, che ora la sto guardando con una faccia perplessa. Improvvisamente, ho di nuovo paura che sia scioccata da ciò che le ho rivelato, dalle mie lacrime, dalla mia vulnerabilità. Invece Sara Nova mi stupisce ancora. Con occhi colmi di sofferenza, afferra una bretellina della sua canottiera e se la sfila dal braccio con mani tremanti. Poi fa la stessa cosa con l’altra.  «Sara, non…» La sua mano si solleva per bloccare il mio movimento verso di lei. Mi paralizzo. Sono incatenato alla profondità del dolore che il suo sguardo mi comunica e che mi fa tentennare nel fermarla. Osservo inerme il primo indumento scivolare a terra. Osservo le sue scarpe disarcionate con le punte dei suoi piedi, i calzini diligentemente appallottolati dentro. Procede con una lentezza e una meticolosità quasi sacre. Le sue dita rigide le scostano da sé, sistemandole ordinate una accanto all’altra. Osservo il suo petto ansimare mentre slaccia lentamente il cordino della tuta, allentando l’elastico all’altezza dei fianchi. Non distoglie lo sguardo da me neanche quando i pantaloni raggiungono il pavimento e vengono scacciati con un lieve colpo di tallone.  Una lacrima solca il suo viso contratto e il mio cuore si spezza. Non riesco più a rimanere passivo di fronte a tutta questa sofferenza. Perché lo sta facendo? Perché si sta torturando in questo modo? Scuoto la testa mentre afferro la coperta accanto a me e la raggiungo. Copro quel corpo martoriato e bellissimo, imponendomi di non guardarlo. «No, Isaak…» prova a spingermi via. «Sara, ho sbagliato, non sei pronta per questo…» Le sue mani sul mio petto, i suoi occhi nei miei. «Non lo sarò mai, ma ho bisogno di farlo. Solo questo, solo con te…» la sua voce è appena un sussurro rauco, ma fermo. Mi guida all’indietro verso il divano, costringendomi a sedermi di nuovo. Mi guarda dall’alto, con la preghiera che non la fermi. Nascondendo le mani dietro le scapole, la immagino trafficare col gancetto del suo reggiseno azzurro. Ora non mi guarda più. Ha gli occhi chiusi, per paura di come io possa reagire alle sue cicatrici. Io non riesco più a impedirmi di guardare, perché adesso so che lo vuole davvero, che ne ha bisogno. Tutta la parte sinistra del suo corpo è solcata da strati di pelle più scura e irregolare. La cicatrice è profonda, come la tragedia che l’ha colpita. Sta ancora piangendo quando si toglie gli slip con un movimento rapido, come se fosse l’ultimo fardello di cui deve liberarsi per andare avanti. Trema e serra le palpebre, come per estraniarsi, per non essere davvero qui con me. Non c’è nulla di sensuale in ciò che sta facendo. È pura necessità, come l’aria che sta tentando di immettere nei polmoni. Deve farlo, ora lo capisco. Non per me, ma per se stessa. E io la voglio accogliere. Voglio accogliere ogni parte di lei, così mi alzo, avvicinandomi piano. Accarezzo via le lacrime, costringendola a sollevare il suo volto su di me e ad aprire gli occhi. Ha uno sguardo triste, ma leggo anche una certa fierezza. «Volevi sapere chi sono, Isaak. Ecco chi sono.» Deglutisco, per fermare le lacrime che sento di nuovo pronte a soffocarmi. Mi sta chiedendo di guardarla. Mi sta chiedendo di accettarla, e io non riesco a non farlo. Non potrei più tornare indietro, sono stregato da ogni cosa che la riguarda, bella o brutta, luce e ombra. Bacio delicatamente le sue lacrime salate, poi mi sposto sulle sue labbra schiuse. La guardo, come mi ha detto di fare col suo silenzio, osservo e accarezzo ogni dettaglio del suo corpo, soffermandomi su quei traumi che ormai fanno parte di lei, come i rami fanno parte di un albero. […]

[…] «Dormi Sara, rimango io qui con te questa notte.»
I miei occhi non hanno nessuna intenzione di chiudersi di nuovo e di rivedere quelle immagini, così rimangono sbarrati sui suoi. A volte, mentre mi guarda in quel modo e mi toglie i capelli dal viso, io immagino che provi qualcosa per me, che forse non ha mai avuto il coraggio di dirmelo. C’è tanta tristezza nei suoi occhi e penso che facciano riflesso ai miei […]. Un mondo misterioso che tiene solo per sé. Immagino che quel tormento sia per me. Immagino che mi baci, che mi stringa a sé e che si porti via i miei incubi. Ma non accade mai, lui non mi bacia e i miei incubi sono sempre lì, nella mia testa. […]